Simboli forti e facili da comprendere


Il prof. Scambia racconta il maestro Giovenale

Sono linee decise che confinano campiture di colore spesso stese senza sfumature. I lavori di Giovenale hanno tutti, o quasi, questa caratteristica che li rende immediatamente individuabili. Sono lavori a un passo dall’astratto e non è un caso. Nella sua produzione l’autore cerca infatti di veicolare messaggi ideali, nella maggior parte dei casi ispirati da un forte senso di fede. Da medico Giovenale conosce i bisogni di un paziente e i difetti di un dottore e nelle sue opere cerca di venire incontro a entrambi.

Sarà per questo che il prossimo anno i suoi lavori finiranno fra le stanze del Policlinico Gemelli, un percorso anticipato da una mostra a ottobre presentata in questo catalogo.

«Quelli di Giovenale – spiega il professore Giovanni Scambia, Professore ordinario di Ginecologia e Ostetricia presso l’Università Cattolica di Roma e primario della divisione di Ginecologia Oncologica del Dipartimento per la Tutela della Salute della Donna e della Vita Nascente del Policlinico Gemelli di Roma, nonché amico di Giovenale e curatore del progetto al Policlinico – sono simboli forti ma facili da comprendere come, quasi, quelli di un bambino».

 Professore, come ha conosciuto Giovenale?

«L’ho incontrato a un congresso medico. È stato lì che mi ha raccontato della sua attività di pittore. Ci siamo stati subito simpatici. Ma questo è successo almeno dieci anni fa. In tempi più recenti l’ho rincontrato a un convegno, questa volta nella sua città, a Benevento. Lì mi ha invitato nel suo studio mostrandomi i suoi lavori e tutto il suo percorso artistico. Arte e medicina, arte e fede mi sono sembrate fuse perfettamente fra di loro in quelle opere. E l’amicizia è stata riconfermata».

Cosa della sua pittura l’ha subito colpito?

«Due, forse tre cose. Prima di tutto la scelta dei colori, una tavolozza brillante che vive di contrasti a volte decisi, altre volte più dolci e accoppiati senza grido. L’estrema semplicità della pittura, definita da linee elementari e decise che costruiscono simboli forti ma facili da comprendere come, quasi, quelli di un bambino. E poi ovviamente il misticismo che permea questi lavori, un misticismo che definirei moderno. Sono, credo, un giusto mix fra fede, misticismo e grande speranza. Una fede sempre rivolta all’idea che si possa sperare fino alla fine e superare così ogni problema nella certezza che c’è sempre qualcuno da lassù pronto ad aiutare».

Arte e scienza possono dialogare fra loro?

«Certamente. L’arte può trattare la scienza in due modi. Se scopo della medicina è curare i mali, allora l’arte può sicuramente aiutare e accompagnare il paziente in una fase di ripresa. Ma la medicina è anche scienza e in quest’ottica l’arte può avere altre due funzioni. Illustrativa ed educativa. La storia dell’arte, i primi libri di medicina, per esempio ci mostrano il corpo umano descritto in maniera poetica, anche nelle sue patologie meno estetiche. Questa rappresentazione ha come effetto quello di vedere con occhi diversi la stessa materia».

E la funzione educativa?

«Provo a spiegarmi meglio. I medici spesso si sentono come divinità, in grado di giocare con la vita e la morte, capaci di strappare alla nera signora ancora qualche attimo.
C’è invece qualcosa che prescinde dalla nostra comprensione, da questa concezione della vita e l’arte aiuta a capire proprio questo. Arte e fede non vivono un contrasto, mentre fede e scienza sono spesso considerate antitetiche. La funzione educativa può essere riassunta così: il medico non è onnipotente. E questo è molto chiaro in Giovenale soprattutto nelle sue linee d’orizzonte infinite che circondano figure piccolissime».

Da dove è nata l’idea di mettere l’arte all’interno dell’ospedale?

«All’esterno in realtà esiste già da tempo. Qui, al Gemelli, però, c’è una differenza: non sono solo lavori attaccati ai muri, ma le opere costruiscono un percorso preciso. La successione della produzione di Giovenale, infatti, è impostata sul cammino di cura dei pazienti. Ogni sala, allora, avrà un’opera che può essere utile per quel tipo di malattia e la sua cura prevista. Il quadro non è, e non vuole essere, solo una presenza, una semplice decorazione per una parete altrimenti bianca. Lo scopo è fare in modo che arte e cura camminino parallele. Per questo Giovenale è perfetto, non volevamo una descrizione precisa di qualcosa, ma neanche una raffigurazione che si rifacesse a un’estetica antica, volevamo un lavoro staccato dal fatto specifico in grado di suscitare sensazioni universali».