giovenale

  • L'avventura dell'Esistere

    esposizione permanente

    Inaugurazione
    Lunedì 18 giungo 2018 - ore 16:00

    Aula Brasca del Policlinico universitario "Agostino Gemelli"

    L'avventura dell esistere - inaugurazione

  • L'avventura dell'Esistere

    L'avventura dell'Esistere

    Roma 16 - 19 ottobre 2106
    Ergife Palace Hotel

  • N.13 America
  • Tavola VIIb
  • N. 13 america
  • Tavola XII

La mostra di Giovenale vista con l'occhio critico di Paolo Balmas

L’idea di base è quella di accostare tra di loro il mondo dell’ Arte e quello della Medicina secondo una logica di contiguità e omologia diversa da quella che ha fin qui prevalso in molti tentativi che si sono succeduti nel tempo in tutto il mondo. Una logica intesa innanzitutto ad evitare la tentazione più ovvia, quella di mettere la creatività dell’artista a disposizione del malato solo come momento di distrazione, di allontanamento temporaneo dalla preoccupazione e dalla sofferenza, un momento dopo del quale tutto ritorna come prima.

Il modo in cui Giovenale e i suoi estimatori hanno ragionato è un altro e muove non tanto dalla nozione di creatività quanto dall’ idea stessa di creazione. Se l’arte è “creazione”, qualunque cosa si intenda con questa espressione, ridurla a pura “ricreazione” cioè ad un mero intervallo piacevole, dopo del quale ansie e incertezze tornano ad incombere su chi ha problemi di salute, equivale a diminuirne il valore, a rinunciare a qualcosa di ciò che essa può dare non solo a chi si trova in cura, ma a tutti noi.

Sulle ragioni particolari che hanno condotto alla serie di mostre in cui si iscrive anche quella cui fa riferimento il presente scritto, si sono già espressi con grande sincerità e immediatezza alcuni dei responsabili delle strutture che le hanno accolte ed io non posso che rimandare alle parole che essi stessi hanno sentito il bisogno di pronunciare.

Quello che invece posso fare è provare a chiarire come e perché l’idea di creazione che muove Giovenale possa risultare così convincente per chi vi si avvicini con l’atteggiamento diretto e privo di pregiudizi dell’uomo di scienza impegnato sul campo, ovvero nella ricerca finalizzata al miglioramento delle condizioni di vita dei propri simili. Semplificando non poco le cose partirei allora da un primo dato di base: dal fatto che per Giovenale non si dà creazione artistica se non in riferimento alla “creazione” religiosamente intesa come principio espansivo che anima l’intero universo . Ovvero come slancio vitale che si manifesta attraverso la bellezza e genera il desiderio di ristabilirla laddove ed ogni qualvolta essa venga in qualche modo a decadere. In questo senso “creare”, nei limiti in cui all’uomo è concesso di farlo, significa rendere testimonianza della propria partecipazione ad un tutto che si configura come dono da interpretare e rilanciare, un dono di cui la stessa vita del singolo è parte integrante. Se il contributo del ricercatore scientifico è quello di entrare in sintonia sempre più profonda con le leggi della natura e quello del terapeuta consiste nel trasformare questa sintonia in soluzione applicativa che ristabilisce l’armonia di partenza, quello dell’artista non potrà che configurarsi come illuminazione intuitiva del percorso da compiere insieme, un’illuminazione partecipata che ricomprende anche la continua rielaborazione e reinterpretazione dei contributi già fornitici da altri maestri di tutti i tempi e di tutte le civiltà.

Il tema esistenziale rappresenta una costante nelle opere di Giovenale. Da cosa ha origine questo accostamento?

In un certo senso la domanda come è qui formulata già ci indirizza verso la risposta.

Piuttosto che di problema esistenziale, infatti, essa parla di tema esistenziale ovvero evita di usare una dizione che ebbe la sua maggior fortuna negli anni '50 del '900 e che alludeva ad una condizione di crisi estrema, molto vicina ad una totale sfiducia nella compagine sociale e ad una sorta di annichilimento dell’individuo. Il “problema” esistenziale come lo si intendeva allora, sulla scorta dei disastri della seconda guerra mondiale, non poteva che essere affrontato in solitudine da un “soggetto” posto dinnanzi alla prospettiva di un’ abissale mancanza di senso della realtà.

Nel caso delle arti figurative valga l’esempio della grande stagione informale, all’interno della quale uomini come Fautrier, Pollock, Burri o Tapies nel loro sforzo di risalire la china e di riaffermare il valore dell’atto creativo anche dinnanzi alla perdita di credibilità di ogni poetica della forma intesa come progettualità, tornarono a confrontarsi in maniera diretta con fattori primari come il gesto, la materia e il colore riproiettati però, questa volta, sull’opera stessa riguardata più come territorio autonomo che come rappresentazione della natura.

Giovenale ha meditato profondamente la lezione di questi maestri soprattutto per quanto riguarda la possibilità che la traccia, l’incidente o l’accumulo irregolare di sostanze sulla superficie hanno di trasformarsi in anticamera del linguaggio, in emergenze che preludono alla semiosi, ovvero in catalizzatori morfogenetici di una nuova catena di significanti sospinta dal basso, da un occhio che non è più quello dell’artista cólto che ha saputo liberarsi dalle insidie dell’accademia, ma quello dell’uomo comune che si guarda intorno con la stessa curiosità e la stessa capacità di stupirsi degli altri suoi simili.

E proprio qui sta il punto, nell’idea di “soggettività” che anima tutto questo. Dall’astrattezza dell’io kantiano che si misura con l’universalità dei principi che dovrebbero regolare la convivenza tra esseri razionali, considerati dei fini in quanto tali, si passa alla concretezza della persona che pensa innanzitutto se stessa come la risultante di una relazione con altre persone appartenenti ad una medesima comunità. L'esistere si trasforma in vivere e il vivere non può che significare convivere dove, naturalmente, dal convivere al condividere il passo è breve e, in qualche modo, obbligato. Tutto ciò che l’artista trova in se stesso guardandosi dentro dopo essersi guardato attorno, a questo punto, non può che essere concepito da lui come dono da mettere, al più presto, a disposizione degli altri. Il lavoro creativo viene così a qualificarsi, da un punto di vista etico, come responsabilità non solo della messa a fuoco di ciò che si è cominciato a vedere, ma anche della sua messa in forma, di una messa in forma che non potrà più essere ostica rispetto al sentire di chi il dono dovrà ricevere. Garante di tutto questo processo, che può essere anche faticoso e tormentato, ma che ha il vantaggio di poter vedere, ancora in corso d’opera la fatica trasformarsi in alacrità e il tormento in gioia, non potrà che essere ancora, sempre e soltanto la vita stessa. Un dono privo di vita sarebbe anche un dono inesistente.

Quali tecniche sono risultate più idonee a raccontare i sentimenti dell'artista?

Nel caso di Giovenale più che di tecniche utilizzate per raccontare i suoi sentimenti personali parlerei di tecniche utilizzate per suscitare un sentimento comune. “Comune” proprio nel senso di appartenente ad una comunità che in esso si riconosce o, meglio ancora, scopre di potersi riconoscere. La tecnica, in questa accezione, diviene tecnica della sorpresa e del consenso insieme e può utilizzare qualsiasi materiale.

Il nostro artista ha spesso mostrato di essere particolarmente versato in questo tipo di operazioni, ovvero di riuscire a intravedere un risultato inatteso ma subito convincente, anche in materiali di partenza molto umili e apparentemente insignificanti come la corteccia che si distacca da un ciocco di legno appena tagliato o l’aspetto assunto da un attrezzo consumato dall’uso.

In sostanza però credo che nel caso di Giovenale sia più interessante capire quale sia l’uso innovativo e, in un certo senso, anche rigeneratore, che egli ha saputo fare e va tuttora facendo della più tradizionale delle tecniche, ovvero della pittura su tela o su altre superfici piane. Una tecnica riguardo alla quale ultimamente egli sembra prediligere tutto ciò che consente di ottenere sagome ben definite e aree dall’andamento cromatico costante, ma che, in passato, lo ha anche visto trarre profitto dalla messa in tensione dei contorni e dalla consistenza variata degli sfondi. Un discorso il nostro che potrebbe essere portato ancora più avanti citando altri momenti del suo percorso durante i quali è stata invece la grana terrosa delle superfici e il vigore dei profili a farla da padrone. Potrebbe se non cominciasse a divenire fin troppo evidente una crescente difficoltà ad attenersi alle sole tecniche senza chiarire le intenzioni che le hanno di volta in volta chiamate in causa. In altre parole senza passare dalla tecnica al linguaggio secondo una logica obbligata verso la quale è l’intera arte contemporanea a sospingerci.

Giovenale e il Gemelli. Una sinergia che sta diventando un vero motore di arte e cultura. Quali stimoli sta regalando all'artista questa esperienza?

A rigore una domanda come questa andrebbe girata al diretto interessato. Nessuno infatti, meglio dell’artista stesso può conoscere ciò che e ha provato quanto a stimoli che una determinata esperienza espositiva gli ha regalato una volta dispiegatasi a pieno. Tuttavia provare a rispondere in base a quanto il medesimo Giovenale ha avuto modo di comunicarmi ed alle opere con cui io stesso ho potuto fin qui confrontarmi criticamente mi interessa non poco.

Partirei innanzitutto dalla scelta delle opere esposte che appartengono, sia pure in misure differenti, a tutti i diversi cicli di ricerca del nostro autore. Alcune infatti riprendono il tema del rapporto tra uomo e territorio presentato dal punto di vista delle sue radici storiche e, in un certo qual senso anche preistoriche, altre invece si rifanno ad un momento di indagine più visionaria e sognante ma non per questo meno adatta a stabilire dei punti fermi quanto a repertori di simboli da sviluppare nel tempo, altre ancora instaurano una sorta di rivisitazione dell’immagine sacra depurata dalla sua iconografia di superficie e ricondotta alla grazia interna e ferma della propria struttura, altre, infine sembrano proporci una sintesi in divenire di immagini elementari dedicate ai momenti chiave del dispiegarsi della vita nell’universo organicamente concepito.

La risposta data a questa scelta strategica da un pubblico particolare come quello che si può incontrare in un ospedale, all’interno del quale si alternano i visitatori esterni, i degenti e lo stesso personale sia medico che paramedico, ha confermato il nostro artista nella sua idea di fondo che l’opera d’arte figurativa laddove venga presentata come momento di un percorso in divenire e non come mera parte di una mostra antologica classificatoria e documentativa entra molto meglio in sintonia con il flusso continuo e direzionato di sentimenti, propositi e aspettative di quanti si sentono ed hanno bisogno di sentirsi utenti solo in transito di un medesimo spazio non ordinario, utenti che vorrebbero sia consciamente che inconsciamente stabilire contatti più profondi con chi condivide la loro condizione e la loro esperienza.

Uno stimolo non da poco che può preludere o comunque ricollegarsi ad altre possibili aperture come ad esempio quella della costituzione di una collezione permanente di tipo aperto e non concentrato in uno spazio praticamente separato dalla vita di tutti i giorni o quella di una fruizione attiva da parte degli ospiti dell’ospedale basata su forme di dialogo ancora da vagliare o, infine, quella di un collegamento non istituzionalizzato ma costante con tutte le forze costitutive dell’universo artistico e di quello medico.

In quale movimento artistico sono inquadrabili i lavori di Giovenale?

Oggi in piena età della Globalizzazione pensare a dei movimenti precostituiti nei quali far rientrare questa o quella esperienza personale in base a dei tratti stilistici distintivi sarebbe per molti versi improprio o comunque improduttivo in quanto il panorama complessivo del cosiddetto “sistema dell’arte” non è più costituito da una maggioranza di tradizionalisti legati agli anacronistici insegnamenti di questa o quella accademia e da un numero limitato di gruppi ribelli ciascuno convinto di avere per le mani l’unica vera formula del rinnovamento cui il tempo darà ragione. Al contrario vi sono un’infinità di esperienze in corso che galleggiano in una sorta di vuoto ideologico capace solo a momenti di concretizzarsi in filoni più ampi gravitanti attorno ad un medesimo tipo di interesse tematico o ad un uso simile delle stesse risorse tecnologiche prescelte entro un ventaglio di offerte un tempo impensabile.

Per provare a rispondere a quanto di ancora attuale è contenuto nella domanda converrà allora fare una breve premessa storica e tornare alla fine degli anni ’70 del secolo scorso quando un po’ in tutto il mondo le più giovani e agguerrite generazioni di artisti sentirono la necessità di ribellarsi a quella sorta di “proibizionismo” nei confronti dell’“immagine” e della “autorialità” che aveva ingabbiato per oltre un decennio tutta la produzione artistica più avanzata e motivata. Ad offrire il destro per superare questa pur importante fase dell’evoluzione artistica internazionale, furono i suoi stessi esiti estremi, come l’aumento abnorme della componente metalinguistica dell’opera che finì per annullarne lo stesso corpo materiale sostituendolo con delle pure e semplici proposizioni tautologiche e il rifiuto di qualsiasi forma di interpretazione che non coincidesse con il progetto di legittimazione artistica dell’opera proposto dall’autore medesimo trasformatosi in una sorta di anaffettivo quanto improbabile notaio del suo stesso agire.

Una volta preso atto del fatto che nessun linguaggio artistico è più vero di un altro ma tutti sono tanto più autorizzati a sussistere quanto più consapevoli della propria intransitività e che allo stesso modo tutti gli artisti possono sottrarsi alla presunzione di un ego smisurato pronto a trasformarsi in servo sciocco dell’ideologia dominante, semplicemente tornando al proprio io personale riposizionato entro le coordinate storico geografiche della quotidianità, il passo verso il recupero dell’immagine e delle tradizioni culturali locali fu praticamente inevitabile oltre che leggero, gioioso e carico di energie.

Sull’onda lunga di questo clima liberatorio in cui tutte le tecniche potevano essere finalmente recuperate purché non pretendessero di avere un rapporto privilegiato con la natura e tutta le immagini potevano essere nuovamente usate purché trovassero il modo di auto-segnalarsi come citazione, i gruppi che si formarono un po’ dovunque furono moltissimi e quasi sempre di brevissima durata, con non pochi rigurgiti di banalità tradizionaliste, mimetizzate nel contesto più generale, di cui oggi si è perduta ogni traccia.

Gli antesignani più coraggiosi come il Neodecorativismo Americano, il Neoespressionismo Tedesco, La Transavanguardia Italiana o la Figuration Libre Francese, si contendono invece le sale dei musei e gli spazi istituzionali delle grandi rassegne internazionali dedicate agli esordi della Post Modernità.

Giovenale che, più o meno, ha cominciato a lavorare come pittore in questo clima non appartiene, a mio avviso, né al novero degli antesignani, né a quello degli epigoni ed è piuttosto una personalità a sé stante i cui tratti possono essere meglio compresi per somiglianze e differenze proprio in relazione ai principali punti di forza della miglior produzione nata da queste vicende come ad es. : il radicamento nel territorio non provincialistico ma aperto alla creazione di immagini emblematiche pronte ad essere veicolate sul circuito mass-mediale, una visionarietà non misticheggiante od esoterica ma vicina all’immaginario popolare cui indica le vie di un inconscio giocoso ed aperto alla mitopoiesi, il recupero della soggettività in chiave di inventività affettivamente protesa verso tutti i suoi simili, la propensione al recupero di immagini del passato indirizzata non tanto verso il risultato stilistico quanto verso il consolidamento elementare delle forme capaci di significare una fede comune e da ultimo una intima propensione ad estrarre dalla tradizione non figurativa sia europea che orientale alcune operazioni di trasformazione spaziale tanto fluide e facilmente interpretabili in senso vitalistico quanto lontane da ogni ambizioso programma vetero-costruttivista o neo-elementarista.